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Guida turistica di Bolzano alla scoperta di Ötzi: lo conoscete davvero?

Guida turistica di Bolzano alla scoperta di Ötzi: lo conoscete davvero?

C’è una domanda che mi piace fare quando accompagno un gruppo al Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano: “Conoscete Ötzi?”. La risposta, quasi sempre, è un sorriso accompagnato da un convintissimo: “Certo!”.

E io, che sono una guida turistica di Bolzano e ormai conosco abbastanza bene questa scena, sorrido a mia volta. Perché so già cosa succederà. Dopo qualche minuto comincerò a raccontare e vedrò comparire sui volti dei visitatori quella particolare espressione che significa: “Ah. Questa non la sapevo.”.

Alla fine della visita, molto spesso, la persona che all’inizio era sicurissima di conoscere Ötzi mi guarda e mi dice qualcosa del genere: Ma quante cose non sapevo….

Ecco. È esattamente per questo che mi piace raccontarlo.

Tutti conoscono Ötzi. O almeno pensano di conoscerlo.

In effetti non possiamo dare torto ai visitatori. Ötzi è dappertutto. Lo abbiamo visto nei documentari, nei telegiornali, sui giornali, nei libri, nelle trasmissioni televisive. È una delle mummie più famose al mondo e il Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano gli ha dedicato un’intera esposizione permanente.

Ma chi è, esattamente, Ötzi?

Ötzi, l’Uomo venuto dal ghiaccio, la Mummia del Similaun o, come viene chiamato più semplicemente, l’Uomo del Similaun, è la mummia naturale di un uomo vissuto nell’Età del Rame, più di 5.300 anni fa. Fu scoperto casualmente il 19 settembre 1991 da due escursionisti tedeschi, Erika e Helmut Simon, durante un’escursione sul Giogo di Tisa, in Val Senales, a circa 3.210 metri di quota. Dal ghiaccio emergeva soltanto una parte del corpo e, inizialmente, si pensò che potesse trattarsi dei resti di un alpinista morto in tempi recenti. Solo durante il recupero e le successive analisi ci si rese conto dell’incredibile verità: quel corpo apparteneva a un uomo vissuto oltre cinque millenni fa e conservatosi naturalmente nel ghiaccio insieme a gran parte dei suoi vestiti e del suo equipaggiamento. Il soprannome Ötzi, oggi diventato il nome con cui tutti lo conosciamo, fu coniato dal giornalista austriaco Karl Wendl e deriva dalla Ötztal, la valle alpina legata alla zona del ritrovamento. Dal 1998 la mummia è conservata al Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano.

Insomma, Ötzi è una star e sembra quasi impossibile non conoscerlo.

Eppure la mia esperienza di guida turistica di Bolzano mi ha insegnato esattamente il contrario.  Oggi sappiamo molto più di quell’uomo di 5.300 anni fa quanto possa immaginare la maggior parte delle persone: conosciamo i suoi vestiti, scarpe, armi, strumenti, cibo e sappiamo che aveva problemi di salute, tatuaggi, ferite, parassiti e perfino… le pulci.

Sì. Le pulci.

E già qui cominciamo a ridimensionare un po’ l’immagine solenne dell’uomo preistorico immobile dentro una teca e a ricondurlo a un’immagine estremamente umana.

Il guardaroba di Ötzi che potrebbe far invidia a un fashion blogger

Una delle prime sorprese che vedo negli occhi dei visitatori riguarda il suo abbigliamento. Il suo “guardaroba” è esposto al Museo.

Perché molti immaginano l’uomo preistorico più o meno come un signore vestito in maniera semplice o addirittura “alla meno peggio”. Ötzi, invece, aveva un equipaggiamento decisamente più articolato.

Indossava una sopravveste, gambali, un perizoma, scarpe e un copricapo di pelliccia d’orso. I suoi indumenti erano realizzati con pelle, pelliccia ed erbe intrecciate e cuciti utilizzando tendini animali, fibre vegetali e altri materiali.

E qui arriva una delle cose che mi piace raccontare durante una visita guidata a Bolzano.

Gli abiti di Ötzi non erano esattamente nuovi di zecca. Erano stati usati. E in alcuni punti erano stati anche riparati mostrando cuciture nette, come i suoi gambali su cui è possibile notare tracce di utilizzo e riparazione che mi piace mostrare durante la visita guidata.

E improvvisamente quel reperto lontanissimo nel tempo diventa molto più umano.

Perché un vestito rattoppato racconta una cosa semplicissima: qualcuno lo aveva usato abbastanza a lungo da doverlo riparare.

E questo, per me, è molto più interessante di una data scritta su un pannello.

Le scarpe di Ötzi e scarpe escursionistiche di oggi

Anche le scarpe sono una piccola meraviglia. Erano costruite con diversi materiali e avevano una struttura pensata per affrontare l’ambiente alpino. All’interno c’era una rete di fibre vegetali che teneva ferma l’erba secca utilizzata come isolante.

Ora immaginate di essere Ötzi. Avete deciso di attraversare le montagne. Avete un arco, delle frecce, un’ascia di rame, un pugnale, del materiale per accendere il fuoco e tutto quello che vi serve per sopravvivere. E ai piedi avete queste scarpe. Non avete Gore-Tex. Ma gli esperimenti condotti hanno mostrato che queste calzature potevano essere utilizzate anche per percorrere tragitti piuttosto lunghi e mantenevano il piede caldo, anche se offrivano una protezione limitata dall’umidità.

Ötzi era quindi molto più attrezzato di quanto molti riescono a immaginare e probabilmente molto più organizzato di parecchi escursionisti moderni che incontro in montagna.

E poi scopriamo che Ötzi aveva anche… le pulci

Questa è una di quelle informazioni che adoro raccontare. Perché nessuno se l’aspetta. Durante le analisi sono state trovate due pulci dell’uomo sugli indumenti di Ötzi.

Pensateci: sono passati circa 5.300 anni e noi siamo ancora qui a parlare degli ospiti indesiderati che si erano sistemati sui suoi vestiti.

Ötzi era un uomo preistorico, non un prodotto sterile da laboratorio.

Aveva freddo, aveva fame, si faceva male, si ammalavam provava emozioni e, a quanto pare, aveva anche qualche piccolo problema con gli insetti.

La distanza di cinquemila anni comincia a ridursi parecchio.

E nell’intestino? Meglio non chiedere forse ma a me potete fare qualsiasi domanda…

Se le pulci vi hanno impressionato, aspettate. Perché nell’apparato digerente di Ötzi sono state trovate anche uova di tricocefalo, un parassita intestinale.

A questo punto durante la visita qualcuno comincia a chiedersi se sia davvero necessario sapere tutto della vita privata di Ötzi. Io penso di sì.

Perché proprio questi dettagli apparentemente strani ci permettono di capire quanto siano sofisticate le ricerche effettuate sulla mummia. Abbiamo una quantità enorme di informazioni biologiche che gli studiosi hanno potuto analizzare per ricostruire aspetti della sua vita e delle sue condizioni di salute.

E poi c’è un’altra scoperta sorprendente: nel DNA di Ötzi sono state trovate tracce di Borrelia, la testimonianza più antica finora attestata di questa famiglia di batteri trasmessi dalle zecche.

Direi che abbiamo ufficialmente superato la fase “è una mummia”.

I tatuaggi di Ötzi e Brad Pitt: una coppia che non ti aspetti

E naturalmente ci sono i tatuaggi. Ötzi ne aveva numerosi, costituiti soprattutto da linee e croci distribuite in diverse zone del corpo. La loro funzione è ancora oggetto di studio e discussione. La posizione di alcuni di questi segni, in relazione anche ai problemi fisici individuati sul corpo, ha portato gli studiosi a ipotizzare una possibile funzione terapeutica.

E qui arriva il collegamento con Brad Pitt. L’attore ha un tatuaggio ispirato a Ötzi. Per cui durante la visita posso permettermi una delle mie battute preferite:

“Brad Pitt si è tatuato Ötzi. Ötzi, invece, non si è tatuato Brad Pitt.”

And the Oscar goes to… Ötzi

Sappiamo anche cosa mangiò Ötzi prima di morire

Come guida turistica in Trentino Alto Adige mi capita spesso di parlare di cibo durante le mie visite guidate: molti turisti sono molto incuriositi dall’enogastronomia e dai fantastici prodotti tipici di queste terre. Ma al Museo Archeologico dell’Alto Adige mi capita di parlare di cibo in maniera molto diversa rispetto al solito…

Le analisi del contenuto del suo apparato digerente hanno permesso di ricostruire diversi elementi della sua alimentazione e di capire meglio cosa avesse consumato poco prima della morte.“Ma questo signore cosa aveva mangiato prima di morire?” è una domanda che in pochi si immaginerebbero di potermi fare. E invece potreste. E saprei rispondervi grazie alla scienza. Dopo più di cinquemila anni.

Che età aveva? Quanto era alto? Sappiamo quanto pesava?

L’analisi degli osteoni del femore ha permesso di stimare l’età della mummia al momento della morte. Era alto circa 1,60 metri e, secondo le ricostruzioni, da vivo pesava circa 50 chili.

Le sue ossa e i suoi tessuti hanno raccontato agli studiosi molte informazioni sulle sue condizioni fisiche. E c’è persino un dettaglio che sembra quasi preso da una cartella clinica moderna: sulle unghie sono state individuate le cosiddette linee di Beau, indicatori di forti periodi di stress fisico.

 “Vedete? Anche Ötzi aveva le sue giornate no.”.

La differenza è che noi, dopo una giornata particolarmente pesante, possiamo lamentarci con qualcuno. Lui ci ha lasciato le prove da esaminare cinquemila anni dopo.

Ötzi fu ucciso. Ma come? Da chi? Perché? Lo indagheremo insieme…

Fin qui abbiamo parlato di vestiti, scarpe, cibo, tatuaggi, parassiti e pulci. Poi arriva la parte che cambia completamente il tono della visita.

Ötzi è stato assassinato.

Una punta di freccia è stata individuata nella sua spalla e le successive analisi hanno permesso di ricostruire un quadro molto più complesso delle sue ultime ore.

Il Museo Archeologico dell’Alto Adige dedica una parte importante della mostra proprio alla ricerca sulla morte di Ötzi e al mistero dell’omicidio.

Ed è qui che durante una visita guidata a Bolzano mi piace trasformare il gruppo, la famiglia o la classe della scuola che sto conducendo alla scoperta della storia della mummia, in una specie di squadra investigativa.

Abbiamo una vittima. Abbiamo un’arma. Abbiamo una delle ferite. Abbiamo tracce. Abbiamo un uomo che probabilmente ha avuto un incontro tutt’altro che piacevole poco prima di morire.

E abbiamo una domanda alla quale, dopo più di cinquemila anni, non possiamo ancora rispondere completamente:

Perché è stato ucciso?

La cosa importante, però, è non confondere la ricostruzione scientifica con la fantasia. Possiamo parlare delle ipotesi formulate dagli studiosi, degli indizi e delle analisi. Poi, quando mancano le prove definitive, bisogna avere l’onestà di dire: questo non lo sappiamo.

E secondo me è proprio questa una delle cose più belle dell’archeologia: ci stimola a farci domande e a tentare di trovare le risposte migliori.

Perché con Ötzi i bambini si divertono e gli adulti tornano curiosi come bambini

Ed è qui che entra in gioco il mio lavoro. Quando accompagno una famiglia al Museo Archeologico dell’Alto Adige non racconto Ötzi nello stesso modo in cui lo racconto a un gruppo di adulti. E con una scolaresca cambiamo ancora approccio.

I bambini vogliono sapere cosa mangiava, cosa aveva nello “zaino”, come faceva ad accendere il fuoco, perché aveva un’ascia, cosa sono quei tatuaggi e soprattutto chi lo ha ucciso.

Gli adulti, magari, partono più interessati dagli aspetti archeologici e scientifici. Poi però, quando racconto delle pulci, dei vestiti rattoppati o del contenuto dell’intestino, improvvisamente li vedo interessarsi esattamente come i bambini.

Ed è uno dei motivi per cui mi piace così tanto questa visita.

Ötzi mette d’accordo praticamente tutti.

Famiglie, turisti individuali, gruppi organizzati da tour operator e scuole possono trovare una chiave diversa per entrare nella sua storia.

Da anni, nel mio lavoro, accompagno scolaresche di ogni ordine e grado e so quanto sia importante adattare il linguaggio e la profondità del racconto all’età degli studenti. Qui la visita guidata può diventare un’indagine. Una storia. Una scoperta.

E, perché no, anche una bella occasione per scoprire che la preistoria è molto più interessante di quanto sembri.

La differenza tra vedere Ötzi e conoscere Ötzi

Ed eccoci finalmente al motivo per cui ho scritto questo articolo. Perché ogni volta che entro al Museo Archeologico dell’Alto Adige con un gruppo mi accorgo della stessa cosa. Le persone arrivano dicendo: “Ötzi lo conosco.”

Poi scoprono i vestiti. Scoprono che erano stati utilizzati e riparati. Scoprono le scarpe. Scoprono l’ascia di rame e tutto ciò che vi hi raccontato…

Essere una guida turistica significa soprattutto capire quali informazioni possono accendere la curiosità di chi ho davanti, collegarle tra loro e trasformarle in una storia che abbia un senso.

Una visita guidata a Bolzano può cominciare da Ötzi e continuare molto più lontano

Il Museo Archeologico dell’Alto Adige si trova nel centro di Bolzano e questo permette di costruire facilmente un itinerario più ampio.

Possiamo dedicare la visita a Ötzi e poi proseguire alla scoperta del centro storico di Bolzano, dei suoi portici, delle sue piazze, delle chiese e della storia particolare di una città che per secoli è stata un punto d’incontro tra culture e lingue diverse.

Oppure possiamo abbinare il museo a Castel Roncolo, con la sua straordinaria decorazione medievale.

E naturalmente possiamo concordare un itinerario diverso, costruito sulle esigenze del gruppo. È questo uno degli aspetti che amo del mio lavoro di guida turistica del Trentino Alto Adige: non dare per scontato che tutti vogliano vedere le stesse cose nello stesso modo.

Una famiglia con bambini ha esigenze diverse da un gruppo organizzato. Una scolaresca ha esigenze diverse da una coppia.

La visita si costruisce insieme.

Quindi: conoscete davvero Ötzi?

Forse adesso, se siete arrivati alla fine di questo articolo, avete capito cosa intendo quando dico che tutti conoscono Ötzi, ma quasi nessuno lo conosce davvero.

Lo conosciamo come nome. Come “corpo”. Come mummia.

Ma quando cominciamo a guardare i dettagli, la storia cambia completamente.

Ed è per questo che, se state cercando una guida turistica a Bolzano per visitare il Museo Archeologico dell’Alto Adige, sarò felice di accompagnarvi.

La visita può essere organizzata per famiglie, singoli viaggiatori, gruppi organizzati e scuole, adattando il racconto all’età, agli interessi e al tempo a disposizione.

E comunque ora capirete perché, ogni volta che qualcuno mi dice:

“Ötzi? Sì, sì, lo conosco.”

Io ormai sorrido e rispondo:

“Ne riparliamo dopo la visita.”

Vi aspetto.

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